28 marzo 2013

La prima volta che ho incontrato Paolo Nori mi ha detto che, allora dopo gli scrittori sono i più normali

Quello che segue l'ho scritto nel 2006. Si tratta di una delle prove finali che ho consegnato per il diploma alla Scuola Holden quando si chiamava Cimento.

Lo metto uguale come l'ho scritto allora, dopo avere incontrato Paolo la prima volta.

Le volte che non si sa cosa fare può capitare di uscire e comperare qualcosa.
Ero entrata nell’UPIM. Era luglio, erano le quattro del pomeriggio, avevo appena finito l’università, cominciavo un lavoro dopo dieci giorni. Quel pomeriggio c’era niente, alla tele davano il meglio delle cose dell’inverno, faceva caldo eccetera, ero entrata nell’UPIM.
Dai libri c’era un libro che si chiama Spinoza, avevo appena finito l’università, era furbo continuare da autodidatta lo studio e l’approfondimento della filosofia. Avevo messo quel libro in borsa e me l’ero filata.
Poi la sera ero uscita. Erano le quattro della notte, i locali di Piazza Vittorio Emanuele erano pieni, cominciavo un lavoro dopo otto giorni. Avevo conosciuto un ragazzo di Parma, avevamo bevuto la grappa che tenevo in cofano, l’avevo fatta io con l’alambicco, grappa di vinaccia, l’avevamo finita. Mi aveva chiesto se avevo mai letto Paolo Nori. Il giorno dopo ero tornata a casa, nel naso c’era ancora l’odore della vinaccia, nella borsa c’era ancora quel libro con cui avrei dovuto continuare e approfondire lo studio della filosofia.

Spinoza comincia così:

“Da piccolo facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente Chi me lo fa fare a me, di rinviare la palla coi piedi?
C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che  rinviassi la palla coi piedi.
C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi.
E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, drittoftra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, a me, di rinviare la palla coi piedi.
C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore dell’altra squadra, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore gridava Che cazzo fai? Muoviti! Io stavo lì col pallone in braccio, pensavo, pensavo.
C’erano i guardialinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi.
C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi.
Poi dopo uno ha fischiato.
Punizione a due in area per la squadra avversaria.
Battono, tirano, gol.
Cominciato a scrivere”.

Paolo Nori la prima volta che ci siamo incontrati poi me l’ha detto che ne ha fregate parecchie di persone coi suoi titoli. 
Dopo ho acceso il registratore.

Prima di Le cose non sono le cose hai scritto altri romanzi?
Ne ho scritti due prima. Uno, si chiamava Coraggio, l'ho mandato a un concorso per avere una scadenza irrevocabile l’ho scritto in due mesi e non era molto, il titolo voleva dire che ci voleva del coraggio a mandare in giro della roba così. E poi ne ho scritto un altro che invece ci ho messo più di un anno, si chiamava Gli ultimi giorni di Learco Ferrari e ci ho messo più di un anno, e anche quello lì non era molto, c'erano cose che funzionavano ma complessivamente non era un romanzo felice.

Dopo hai riutilizzato parti di quei primi due romanzi?
Ci sono alcune cose che sono state riscritte e sono entrate in altri libri, alcune situazioni. Altre invece son rimaste lì. Tutti e due i romanzi cominciavano con la prima cosa che ho scritto, che era un diario di un viaggio in Russia. A me è capitato che nel novantacinque sono andato in macchina in Russia da solo e lì ho scritto una cosa, una specie di diario che durava tre quattro pagine, era molto breve, però è stata la prima cosa scritta un po' per farla leggere agli altri.
Tutti e due i romanzi iniziavano con quel diario lì, uguale.  

Come organizzi le idee per i tuoi romanzi?
Le organizzo dopo. I romanzi in genere, a parte Pancetta e Ente Nazionale, ma in parte anche loro, non c'è una struttura preesistente. A parte Pancetta, si parte un po' alla cieca e dopo io mi accorgo dopo, di quello che ho scritto. Lavoro molto dopo, rileggo molto, aggiungo, il lavoro di revisione prende moltissimo tempo. 

Anche le idee, le cose che volevi dire, le capisci dopo?
Quello che voglio dire è anche molto nel modo, in cui lo dico, quindi si trova in un certo senso in ogni pagina. Poi rileggendo mi rendo conto delle ossessioni, a parte Pancetta in cui volevo parlare della fortuna di Chlebnikov e di come  Majakovskij è intervenuto cercando di ostacolare la diffusione delle sue poesie. C'è un grande lavoro di revisione, io certi romanzi han passato anche cento letture, è un lavoro dopo un po' anche noiosissimo però è quello che serve per le cose che faccio io.  

Ci sono persone a cui fai leggere i tuoi romanzi prima di pubblicarli?
Ci sono un paio di persone che leggono tutte le cose che scrivo, c'è un mio amico qua di Reggio Emilia si chiama Andrea Lucatelli, che da Bassotuba non c'è ha letto tutto. Nei primi tempi c'era una mia amica a cui telefonavo mentre scrivevo, Patrizia Teloni, si chiama, le telefonavo le leggevo quello che avevo scritto quel giorno lì. Adesso meno. Però ci sono un paio di persone a cui mando le cose quando le ho scritte.  

Cosa ti dicevano gli editor all'inizio?
Quelli che hanno accettato di pubblicare le mie cose era perché gli piaceva. Io con i redattori delle case editrici ho sempre avuto un ottimo rapporto, sia in Einaudi che in Feltrinelli che in Bompiani. Dopo un po' si capisce. E' molto rigoroso, non sono parole in libertà, con loro mi sono sempre trovato bene, con quelli che lavorano sul testo. Dura dieci pagine questo stupore poi se uno è costretto a andare avanti, come loro, si capisce che in questa apparente caoticità ci sono delle regole. Non so. Sono un po’ imbarazzato. Forse è meglio se parliamo di calcio. Io difficilmente sono imbarazzato per le cose che ho scritto nei miei libri, ci sono due o tre frasi che toglierei dai dodici romanzi che ho scritto, però ci son certe interviste che... subito dopo che è uscito Bassotuba per Einaudi era un periodo che ero un po' troppo contento allora ho detto qualche cazzata e sono rimaste, mentre un libro se ti scappano le puoi rivedere. Comunque pazienza.  

Quanto ci metti a scrivere un libro?
Dipende, la prima stesura va dai due ai sei mesi, a seconda del libro, e dopo la revisione dipende anche lì, sempre dai due ai sei mesi. Gli scarti io penso di averlo riletto cento volte, letto, ricorretto, messo a posto, cambiato. 

Dopo non lo odiavi?
Mi veniva il vomito quando dovevo cominciare, ma durava cinque minuti, poi mi mettevo lì e entravo dentro. 

Non hai mai insofferenza per quello che fai?
No. Ogni tanto quando vado molto in giro a leggere e non riesco a scrivere, lì mi viene un po' di nervoso, perché mi sembra di fare lo scrittore e non scrivere, un po' come uno che recita una parte, mi manca la parte vera della scrittura. Ma la parte quando si corregge a me piace molto, è proprio un momento vero, in cui uno lavora davvero, in cui ogni parola ha senso, ogni virgola bisogna pensarci. Quella lì era una cosa che all'inizio mi dava un po' fastidio, la revisione delle bozze, invece adesso mi piace molto, mi succede che alla trentaduesima lettura mi accorgo di una cosa che nelle letture precedenti non avevo visto. E' un momento abbastanza stupefacente. 

Come si capisce quando un romanzo è pronto?
Generalmente a me succede che faccio delle correzioni che peggiorano il testo, allora ripristino la versione precedente. Più che capirlo uno ha l'impressione che sia finito, poi ogni libro è diverso. 

Quale preferisci tra i tuoi romanzi?
Sono contento di tutti.  

Tutti uguale?   
Tutti uguali no, adesso a me torna molto in mente Gli Scarti, direi Gli Scarti adesso. Fino a qualche tempo fa dicevo Grandi ustionati. Però devo dire, ho scritto dei bei libri.
La critica principale che han fatto a me è che scrivo sempre le stesse cose, invece sono ognuno diverso dall'altro.
A me è successo diverse volte di cominciare dei libri e poi di fermarmi perché non riuscivo a andare avanti, ma non è che non riuscissi perché non c'eran cose, il mondo è pieno, di cose, ma perché non c'era niente di nuovo. Quindi se c'è qualcosa di nuovo uno lo sente, è un po' quella cosa lì che lo fa andare avanti, e dopo se ce l'ha messo quando lo rilegge lo ritrova e lo tiene, quella parte lì la conserva, e toglie le parti dove è andato un po' di repertorio. 

Se non avessi fatto lo scrittore?
Facevo il responsabile amministrativo. Ho studiato ragioneria poi ho lavorato tre anni all'estero come ragioniere, in Algeria prima e poi in Iraq. Dopo non mi piaceva più e mi sono iscritto all'università nell' 88, mi sono laureato poi nel 95, una volta laureato non sapevo cosa fare e sono tornato a fare il ragioniere. Son stato in Francia quattro mesi solo che non ce la facevo, allora ho dato le dimissioni e lì ho detto proviamo a scrivere, altrimenti non sapevo cosa fare. Nel frattempo ho cominciato a fare l'interprete, per i soldi per l'affitto, lavoravo dieci giorni al mese. Pagavo poco di affitto, era una casa popolare e poi spendevo pochissimo. In realtà io ho cominciato a scrivere perché non sapevo cos'altro fare. Ero un po' disperato perché le cose che avevo provato a fare non andavano. Non c'era un'altra soluzione possibile. 

Ti sei trovato in situazioni inconsuete o imbarazzanti frequentando il mondo degli scrittori?
Io i primi scrittori che ho conosciuto quando ho cominciato sono stati quelli del Semplice. Ugo Cornia, Daniele Benati, Ermanno Cavazzoni, e devo dire che loro, che poi sono diventati miei amici, sono persone normali. Io pensavo che gli scrittori fossero un po’ tutti così, delle persone normali, vestite in modo normale, che fan dei ragionamenti normali. Allora per me è un po' come le oche di Lorenz, per me gli scrittori sono così. Poi ci sono invece quelli un po' atteggiati, che si mettono un po' in posa.
Però per me invece i miei sono della gente che puoi parlare anche di calcio, che poi fanno come mestiere o come passione quella cosa lì, che scrivono dei libri, non è che siano poi diversi dagli altri che si possono vedere in un bar o dovunque. Questa idea dello scrittore è una cosa che fa anche un po’ ridere, c'è l'idea della letteratura come una cosa un po' a parte.
Poi dipende cosa vuoi dire, situazioni consuete o imbarazzanti, anch'io delle volte sono una persona imbarazzante, faccio un mestiere imbarazzante, quando mi chiedono Che mestiere fa? mi imbarazzo sempre, abito in una casa strana, ho dei vicini di casa imbarazzantissimii, dei moldavi, sotto ci sono dei marocchini di un imbarazzo, allora dopo gli scrittori sono i più normali. 

Ma quell'ambiente che dicono, un po' elitario o esclusivo che gira intorno ai libri?
Lì si tratta di credere o no a quello che scrivono i giornali. A me piacciono molto i marginali, per esempio il più bel romanzo russo del novecento secondo me è Mosca sulla vodka, o Mosca Petuski, a seconda di come viene tradotto, di Erofeev che era uno che era un ubriacone; Kafka faceva lo scrittore e non apparteneva a questo mondo. L'altro giorno siamo andati io, Ugo Cornia e Daniele Benati a leggere a Modena, e Ugo è arrivato un suo amico e gli ha detto Hai visto che tre scrittori sfigati, che siamo? A me questo fatto di sembrare sfigati mi piace, è una posizione che proprio mi trovo a mio agio perché non ci dobbiamo preoccupare di avere delle idee intelligenti, abbiam scritto dei libri poi facciam le nostre vite, questa secondo me è una posizione che mi trovo a mio agio. Poi dopo il resto… Come quando io ero piccolo ero convinto che bisognava andare in discoteca, ci ho messo  un sacco di tempo a capire che si poteva stare a casa, adesso io preferisco stare a casa. Ma anche nella scrittura si può stare a casa. 


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