24 settembre 2016

Quando strappare l'erba è meglio di scrivere

L'erbaccia della Casa della Scrittura in Provenza

Da quando ho sei anni mi tocco i capelli in una certa maniera che poi alla fine si strappano e cadono. Lo faccio in momenti differenti, a seconda della stanchezza, l'imbarazzo, la situazione, sicuramente lo faccio sempre quando scrivo. 
Di questa cosa ne ho parlato anche in un racconto uscito su L'immaginazione, Ottantasette
A ogni modo, a un certo punto mi è sembrato il momento di smettere e non sapendo da che parte cominciare ho cominciato a incontrare una persona per vedere se si poteva risolvere questa cosa della tricotillomania.
Dopo otto, nove mesi di ricerca forse è venuta fuori la maniera. Non si può dire funzioni, è troppo presto, per ora sono ventiquattro ore. Ma è anche moltissimo, nel senso che mai era capitato prima, ventiquattro ore senza mettermi le mani in testa.

Poi adesso era il momento di mettersi a scrivere. Ho continuato a trattenermi, le mani in basso, tutte e due sul computer. Sono stata lì un quarto d'ora a guardare lo schermo senza toccare i capelli.
Niente, scrivere impossibile. 
Scrivere e staccare i capelli o non staccare i capelli e non scrivere.
Per il momento ho chiuso il computer e sono andata a staccare l'erba del giardino.
Domani si vede.

23 settembre 2016

Sulla frivolezza e la pesantezza

Mme de Villeparisis

Un'opera, anche se non tratta temi intellettuali, è comunque un'opera d'intelligenza, e per dare in un libro, o in una conversazione che si differenzia un po', l'impressione di frivolezza, ci vuole una dose di serietà di cui una persona puramente frivola non sarebbe capace. In certe memorie scritte da donne e considerate un capolavoro, quelle frasi che si citano come modello di grazia leggera, mi hanno sempre fatto pensare che per arrivare a tale leggerezza un tempo l'autrice doveva aver avuto un'intelligenza un po' pesante, una cultura noiosa, e che da ragazza, probabilmente, alle sue amiche sembrava un'insopportabile intellettualoide. 

(Marcel Proust, Le Côté de Guermantes, Paris, Le Livre de Poche, 1992)

22 settembre 2016

La rivista effe cerca racconti per il prossimo numero



La rivista effe-Periodico di Altre Narratività (a cura del service editoriale 42Linee) è uno progetto tra i più interessanti degli ultimi tempi. Si tratta di una rivista che coniuga narrazione e illustrazione, ospitando autori poco noti e più affermati.

Giunta al quinto numero, effe sta cercando racconti per il #6.

Il tema è il Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. 
La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Tutte le altre informazioni si possono trovare qui.

(Personalmente sono molto felice di aver partecipato al #5 con un racconto che si intitola Attese, illustrato da Kero. 
L'editing di Carlotta Colarieti è stato meticolosissimo, la redazione attenta e il risultato del volume secondo me davvero bello).


21 settembre 2016

Sul lavoro di un traduttore alle prime armi. Ada Vigliani


Bisogna essere molto determinati sia nel lavoro sul campo sia nei rapporti con il mondo dell’editoria. Non lasciarsi mortificare solo perché si è alle prime armi. Senza falsa modestia, ma anche senza arroganza e nella consapevolezza delle proprie doti e dei propri limiti, bisogna farsi valere e far valere il proprio impegno. Non accettare condizioni disonorevoli, compensi da fame, nella speranza di «farsi un nome» per cui prima o poi le cose cambieranno. Con la traduzione non ci si fa un nome e le cose non cambieranno, quindi bisogna lottare a denti stretti e se non va, cambiare mestiere .

(Ada Vigliani, Conversazione con Ada Vigliani, SUR, 16 settembre 2016)
Ada Vigliani

Ada Vigliani è traduttrice di autori tedeschi classici e contemporanei tra i quali J.W. Goethe, Arthur Schopenhauer, Robert Musil, Alfred Polgar, Elias Canetti, Hermann Broch, Ernst Jünger, Robert Walser, Fred Wander, Jan Assmann, Hermann Hesse, Stefan Zweig, Jenny Erpenbeck, Katja Petrowskaja, Peter Weber e l’opera completa di W.G. Sebald.

L'intervista integrale si può leggere qui

20 settembre 2016

Il Manoscritto del Signor A. Di Davide Arminio

Acquerello e china su carta di Davide Arminio


Ho conosciuto Davide durante un Cantiere di Scrittura a Torino. Aveva un manoscritto nel cassetto, mi ha domandato di leggerlo. Subito mi ha colpito la lingua, letteraria, musicale, un poco antica. 
Poi c'è la storia, surreale, vivace e coinvolgente, che ruota intorno alla figura di Mozart.
Aspetti apparentemente contrastanti che creano un effetto interessante e insolito. 
Il Manoscritto del Signor A. è un romanzo che si rivolge soprattutto ai ragazzi. Un testo per conoscere un episodio poco noto della vita di Mozart, attraverso una vicenda avventurosa e piena di peripezie.


Il Manoscritto del Signor A.

Acquerello e china su carta di Davide Arminio


L'idea di scrivere Il Manoscritto del Signor A. nasce da un fatto realmente accaduto: la visita di Wolfgang Amadeus Mozart a Torino nel 1771.
La stesura del Manoscritto ha vissuto fasi diverseScritto di getto in una sola giornata, ha poi riposato per un lungo periodo. Dunque sono seguite alcune revisioni, e infine l’incontro con Gessica ha permesso di sciogliere i nodi ancora irrisolti.
Il Manoscritto racconta un mistero ambientato in una Torino apparentemente indolente. 
Un giorno di primavera un oscuro personaggio appare al metodico e riservato professore di musica Boni e sconvolge la sua quotidianità. 
La bizzarra apparizione trascina Boni in una caccia al tesoro che si rivela sempre più legata all'avvincente avventura che due secoli prima aveva coinvolto Mozart nel capoluogo piemontese. 
In questo carosello ambientato tra gli angoli più significativi della città finisce anche il sovrintendente Laganà, impegnato a indagare sull’apparizione del personaggio misterioso, e un antico manoscritto dimenticato.

L'Accompagnamento Letterario 
di Davide Arminio


Con Gessica siamo partiti dai punti deboli della trama per ricomporre poco alla volta le fragilità della struttura e dei personaggi. È stato un lavoro utilissimo, innanzitutto per la possibilità di avere un punto di vista esterno e competente sull’opera, e in secondo luogo per l’approccio di Gessica: paritario, delicato e coinvolgente. 
Il lavoro insieme è stato anche utile per mettere a fuoco il possibile lettore del romanzo (i ragazzi), e di conseguenza adattare il taglio del testo e la struttura. 

Poi è nata l’idea delle illustrazioni e dell’apparato complementare che in estrema sintesi racconta Mozart la sua musica.

Un estratto di
Il Manoscritto del Signor A.

                                              Acquerello e china su carta di Davide Arminio

Il campanile di San Gioacchino aveva appena battuto il rintocco dell’una. Il signor Carlo Benni soffriva da tempo di periodi d’insonnia, durante i quali il letto diventava più scomodo di una pedana chiodata per fachiri e non gli restava altro che passare la notte seduto alla finestra con l’ormai fidato volume di enigmistica. Tutto il contrario di sua moglie Eugenia, che invece aveva sempre goduto di ottimo sonno, e russava senza parsimonia nel lettone.
Il cielo era solcato da piccole nubi filamentose, dietro le quali la luna a tre quarti ammiccava e bagnava d’argento i rami del giardino interno. Il campanile di San Gioacchino aveva appena battuto il rintocco dell’una quando una sagoma nera fece capolino dalle fronde e scivolò da un ballatoio del cortile risalendo lo spiovente del tetto. Si muoveva morbidamente, quasi senza peso, scalando i coppi malconci. Lo spiovente terminava in un terrazzino chiuso su tre lati. La parete più lunga aveva due sole finestre che corrispondevano all’appartamento del professor Boni. Erano entrambe buie perché il professore già dormiva – per la precisione con un suono da segheria che reggeva bene il confronto con la signora Eugenia.
La figura si fermò sul terrazzo in corrispondenza delle due finestre. Le scrutò a lungo, in silenzio. Fu in quel momento che Carlo Benni, sollevato lo sguardo dallo schema delle parole crociate, lo vide.
Se ne stava impalato, sul terrazzino. Se il lieve vento notturno non avesse fatto ondeggiare il mantello che cadeva fino a terra, avrebbe potuto sembrare un nuovo camino fatto costruire a sorpresa dall’amministratore. Il signor Carlo smise la sua attività notturna e si mise a osservare.
La sagoma scura restava immobile nell’aria fresca e limpida di quella notte di inizio primavera. Poi d’improvviso si mosse, chinandosi e deponendo a terra un involucro. Il signor Carlo vide che apriva l’involucro e ne estraeva un grosso arnese che non seppe distinguere.
Doveva trattarsi di un ladro deciso a introdursi a casa di quel professore, com’è che si chiamava? Boni, forse. Comunque si chiamasse, quello era certamente un malintenzionato.
Eppure, nonostante fosse convinto di ciò che pensava, il signor Carlo non si mosse né aprì la finestra. Restò a guardare l’ombra che armeggiava.
L’ombra concluse la sua operazione e tornò a distinguersi ritta sul terrazzino, intagliata dalla luce lunare, come una scultura di mercurio. 
A quel punto iniziò.
Il signor Carlo non comprese subito. Sentì un suono aguzzo, forte, penetrante. Pensò a una sega elettrica, ma scartò subito l’idea. Aprì la finestra e allora gli giunsero più chiari gli acuti. Anche se le sue competenze musicali erano ferme a quel che passava la radio, non ebbe incertezza nel riconoscere la sorgente di quel suono. Era un violino. 
Nell’istante stesso in cui la figura attaccò a suonare, il professor Attilio Boni fu strappato al suo sonno.
Si rizzò a sedere sul letto, rintronato dalle note pungenti che giungevano dall’esterno, ma che in quel momento gli sembrava avere dentro il cervello. Inciampando sul tappeto, s’infilò le pantofole e barcollò verso la finestra. Attraverso gli occhi impastati di sonno scorse una sagoma scura sul terrazzino due piani più in basso. Era in ombra spalle alla luna, così che, benché fosse ritta nella sua direzione, era molto difficile scorgere i lineamenti del volto.
Anche il professor Boni, dopo i primi istanti di confusione e fiacchezza cerebrale causata dal risveglio accidentato, riconobbe il suono di un violino. Un po’ più di tempo servì invece per riconoscere il brano che la figura stava eseguendo. Era un brano in tempo allegro, che fluttuava nell’aria come le piccole onde che in un lago accarezzano le caviglie.

Dopo una decina di battute un’illuminazione gli attraversò la testa. Era la Piccola serenata notturna. Di Mozart. La sagoma scura che chissà come si era introdotta fin sul terrazzino gli stava suonando la Nachtmusik più celebre al mondo con, dovette riconoscerlo, un virtuosismo degno del Conservatorio.


Davide Arminio


Sono nato nel 1988, vivo e lavoro a Torino. Mi piace scrivere, in 
qualunque forma - poesie, racconti e brani teatrali. Mi dedico al volontariato e al teatro, amo dipingere e viaggiare. Pubblico molti dei miei lavori sul blog davidearminio.wordpress.com